mercoledì 27 giugno 2007

Io non sono mica razzista, però…

Alfredo raggiunge l’accampamento delle prostitute e una folla inferocita.



C’era caldo, si faticava a respirare. In alto il cielo stava strano, sfocato tra i palazzoni sporchi, e non si riusciva a distinguere il sole. Alfredo si mise a camminare seguendo per il campo sportivo. Già da lontano, fin dal parcheggio, notò gente urlare e gesticolare. Quando si avvicinò all’entrata dell’accampamento, si accorse che gli abitanti del quartiere lo avevano ormai circondato. S’era formata una barriera umana e i manifestanti, soprattutto signori e signore di una certa età, gridavano strani slogan in dialetto cadenzati da coloritissime bestemmie.
- Tornate a casa vostra!
- Via! Via!
- Ladri zingari e puttane!
- Bruciamoli vivi!
Alfredo si mischiò subito alla folla e cercò tra i volti quello del nonno. Provò a chiedere permesso, poi provò a spingere come riusciva per poter avanzare tra la gente. Dopo qualche minuto di spintoni e pestoni ai piedi, riuscì a scorgere tra una persona e un’altra l’entrata dell’accampamento. Appeso al cancello c’era un lenzuolo bianco: “Via i delinquenti da casa nostra”. Una giovane ragazza, vestita con una gonna scura, lunga, larga, ornata di mille pizzi e con una camicetta bianca che lasciava intravedere un seno generoso se ne stava al di là del cancello a ricevere gli insulti della folla. Alfredo riuscì ad avvicinarsi ancora un po’, e tra un’offesa e l’altra, a dirle qualcosa.
- Posso entrare?
- Eh?
- Posso entrare, per favore…
- Chi sei tu? - urlò lei.
- Un amico… per favore…
Poi, sentendo che la gente cominciava a spingerlo contro il cancello, Alfredo si voltò verso le prime persone. Un gruppo di vecchietti con le braccia alzate, cartelli sgrammaticati e la faccia tutta rubizza per la collera lo stava indicando.
- Giornalista! Un momento, sono un giornalista! - urlò lui.
- Bravo! - gridò qualcuno.
- È ora di finirla, qua! Scrivilo! - urlò qualcun altro.
Alla fine la ragazza sbloccò il cancello, lo aprì giusto di un poco per far passare il giovane e lo richiuse subito.
Il campo era immenso, molto più grande di quanto Alfredo aveva pensato. C’erano roulotte e tende dappertutto, disposte simmetricamente a formare strade, vie e viuzze. La gente se ne stava seduta sorridente e tranquilla nelle verande, oppure stava all’aperto, nonostante il rumore delle urla della gente che proveniva dall’esterno. Le donne lavavano i panni e li mettevano ad asciugare, gli uomini erano per lo più intenti a trafficare sui motori delle auto e dei furgoni, i bambini correvano dappertutto senza pause. Alfredo si guardò attorno. Non c’erano né vecchietti coi capelli bianchi né ragazze mulatte, a ben guardare. Per un attimo rischiò di piangere, poi però, pensò che dopo tutta quella strada e quelle ore in autostrada avrebbe almeno dovuto tentare fino in fondo. Si avvicinò a una signora anziana e grossa che stava seduta su una minuscola seggiola pieghevole a lavorare a maglia.
- Mi scusi…
La signora guardò il ragazzo. Sorrise.
- È arrivata gente nuova, stanotte?
- Sempre arriva nuova gente, in campo.
- Dico delle ragazze scure… dalla pelle scura, insomma… - fece Alfredo sfiorandosi il viso con la mano.
- Sempre arriva ragazze con pelle scura, in campo - fece lei, indicando con il ferro un gruppo di vecchie roulotte che stava dall’altra parte del campo.
Il ragazzo con i capelli lunghissimi fece un cenno col capo e si avviò veloce. Sul posto, vide che le roulotte erano ben più vecchie e sgangherate delle altre. La porta di una roulotte color panna, tutta arrugginita, si aprì cigolando. Dalle scale, sobria ed elegante, scese a passo sicuro la ragazza mulatta. Guardò verso Alfredo e si fermò, lasciando partire un larghissimo sorriso e facendo un minuscolo, semplice cenno con la mano aperta.
- Ciao - disse da lontano.
- Luna - sussurrò Alfredo, e si sistemò subito la coda di cavallo.

domenica 17 giugno 2007

Giro di boa...

Carissimi lettori, di carta e di web.

Eccoci al giro di boa della nostra strampalata cavalcata: una ventina di episodi in edicola e qui, una ventina ne mancano ancora.
Prendo spunto da una mail di un lettore (Leo, mi chiede quali personaggi è già riuscito a smascherare) per fare un piccolo test.
Leo dice: non c’è dubbio che la Fata Turchina sia la prostituta di nome Luna… e poi parte con un elenco di personaggi del Pinocchio Original Version comparandoli al clandestino Pinocchio a Nordest.

Mettiamola così: Leo ha giocato (giocato bene: ne ha mancato solo uno) al chi è chi.

Caro Leo, la Fatina è proprio Luna, la prostituta mulatta che “appare” ad Alfredo sul finire dell’episodio numero 8.
Risparmiando caratteri su chi è Pinocchio e chi Geppetto, ora a voi chiedo: chi è il Grillo Parlante?

Il Gatto e la Volpe?

Mangiafuoco?

L’Omino di Burro (Leo, ecco il personaggio che ti mancava!)?

Per problemi e soluzioni consiglio sempre birra e Comencini.
Che lo diano solo sotto le feste?

P.S. Claudio, che credi: il test lo farò presto anche a te che disegni. Metti un paio di birre in frigo.

Guido Ostanel

giovedì 14 giugno 2007

Altro giro altra corsa, in Tangenziale Relax

Alfredo raggiunge il cavalcavia delle prostitute, ma non trova nessuno.
Poi sale su un camion, direzione Marghera.

Alfredo fu svegliato dal frastuono di un grosso motore che non era ancora del tutto mattino. Un camion enorme con in cima una ruspa arancio sbiadita spuntò dalla nebbia e si fermò a tre metri da lui. Il camion sbuffò, poi scese un tipone con una sigaretta incollata alle labbra.
- Che cazzo ci fai qui?
- Niente - disse Alfredo.
- Non lo hai letto il cartello?
- Sai dove è finito l’accampamento delle ragazze?
- Pure tu le puttane? Me lo hanno chiesto anche ieri, si vede che erano in gamba…
- è venuta la polizia?
- Un vecchietto, un ubriacone credo.
- Con gli occhiali?
- Spessi così.
- Aveva un motorino?
- Almeno sembrava.
- Un motorino nero, vecchio?
- Una mezza carretta.
- Che cosa ti ha detto?
- Appunto, mi ha chiesto se era qui che c’erano quelle puttane.
- E poi?
- Se sapevo dove sarebbero andate, si vede che c’era affezionato, hai capito…
- Tu lo sai?
- Parlavano di Mestre, mi pare che avessero delle amiche, o amici, qualcosa del genere, credo.
- E il vecchio? Andava di là?
- Ah non lo so. Ho visto che ha gironzolato un po’ lungo il fiume, ha parlottato con un balordo pieno di sportine bucate, poi ha preso il motorino e se ne è andato da solo.
- E quanto ci si mette da qui a Mestre?
- Un’ora in motorino, tre con la macchina.
- Eh?
- La tangenziale di Mestre! Ma dove vivi tu, sulla luna vivi?
Alfredo non disse nulla.
Il tipone tolse la sigaretta di bocca.
- Fra un paio d’ore avrò il camion pieno, devo portare sassi a Marghera e poi torno qui. Se vuoi…
- Marghera è vicina a Mestre?
- Praticamente la stessa cosa.
La strada era un formicaio di scarichi e ruote. A ogni semaforo strombazzare di clacson: bastava che uno desse l’esempio e poi via gli altri dietro. Alfredo aveva dormito la notte sopra i sassi ghiacciati del fiume, respirato lacrime e nebbia, e ogni rumore ora gli pareva più forte. A un incrocio passò un’ambulanza che rimase impigliata per un po’ tra le macchine a sirene spiegate.
- Al solito, qui si mette male - disse il tipone mettendosi una sigaretta tra le labbra.
Un Suv nero sfrecciò alla destra del camion e s’infilò tra due auto. Il tipone bestemmiò. Poi allungò una cicca ad Alfredo.
- Fino a Marghera mettiamocela via - disse. Poi prese il CB.
- Ma è sempre così?
- Da così a molto peggio, ringraziare i politici.
Alfredo pensò alla ragazza mulatta. Si chiese se l’avrebbe rivista. Poi pensò al nonno. Aveva lavorato per anni a Marghera, avrebbe davvero provato a raggiungerla con quella mezza carretta?
Il tipone disse qualcosa di sconcio al CB e tossì.
Alfredo abbassò il finestrino. Lo richiuse perché gli sembrò entrasse solo gas e calore. Guardò alla sua destra, oltre il vetro graffiato. Una fila indistinta di fabbriche grigie scorreva come moviola alla televisione. Si mise a leggere i nomi delle ditte. C’era chi faceva serrature, chi scatole per dolci, chi fanali per motorini e poi chi levigava, verniciava, imballava, montava, trasportava in Europa e nel Mondo. Fabbriche diverse, con nomi e padroni distinti. Per un secondo soltanto fu allevamento di struzzi. Poi surgelati, maniglie macchine agricole, muletti, vernici, compressori camere d’aria.
Il finestrino si fermò, incorniciando un edificio rosa fluorescente.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi tirò gli occhi. Sul tetto, un’insegna luminosa con scritte a comparsa: “Body Project, progetta la tua forma” e dopo qualche secondo altre strane parole: “Body Building, Body Toning, Body Sculpture, Cardiofitness Pancafit, Spinning Jumping Step, Power Pump, Power Run e Relax Zone”. Infine comparve un omino splendente rigonfio di muscoli. Mostrò i bicipiti all’autostrada e sorrise.

mercoledì 23 maggio 2007

Maghi, imbonitori, tecnici e santoni

Alfredo cerca di salvare il vecchietto con la pipa da due perfidi approfittatori.

- Buonasera, tecnici Enel per un controllo - disse uno dei due giovanotti.
L’altro mostrò il cartellino che gli pendeva dalla camicia.- Un controllo? Di domenica? - chiese il vecchietto con la porta ancora socchiusa.
- Controllo preventivo. Questo è il primo dell’anno, siamo appena stati dalla signora di fronte.
- Ah, d’accordo allora, entrino pure.
I due giovanotti guardarono un po’ qui e un po’ lì, maneggiando strani arnesi e parlottando in dialetto. Poi si soffermarono più a lungo sul contatore, dietro la porta d’entrata.
Nella stanza accanto, che doveva essere la camera del vecchietto, Alfredo si guardò su un piccolo specchio graffiato e sorrise. Vide riflesse alcune fotografie. Si voltò, erano tutte foto in bianco e nero. Si avvicinò al comodino, ne prese una. La foto di un soldato, portamento perfetto, orgoglioso. Doveva essere la foto del vecchietto con la pipa quando era giovane. Gli venne in mente il suo povero nonno, poi sentì che nell’altra stanza si era ripreso a discutere.
- Allora signore, qui ci sono problemi seri - disse uno dei due tecnici.
- Lo stabile è vecchio, potrebbero essere le tubature - aggiunse l’altro.
- È pericoloso? - chiese il vecchietto con la pipa.
- Al momento no, però non si sa mai, con queste cose è meglio stare tranquilli - disse uno dei due giovanotti mentre l’altro tirava fuori una cartellina di cartone rigido con su scritto “Enel”.
- Allora i signori dovranno fare dei lavori…
- La squadra degli interventi preventivi sarà qui domani pomeriggio al massimo. Lei è a casa?
- Intanto metta una firma qui - disse il secondo giovanotto - È un bollettino che attesta l’avvenuto controllo, al quale deve allegare un assegno, o se preferisce dei contanti, come caparra sui costi dei ricambi e sulla manutenzione.
- Stia tranquillo: la somma le verrà interamente restituita con la prossima bolletta. Vede? C’è scritto tutto qui - continuò il secondo tecnico sventolando un paio di fogli.
Alfredo, nell’altra stanza, accese la TV nella speranza che quei tipi così pignoli se ne andassero presto. A quell’ora non è che ci fosse granché, solo quiz miliardari e varietà tette e culi in tutte le salse. Si fermò su un canale locale. Una signora di mezz’età con i capelli tinti di biondo e sfibratissimi, tutta bruttina e con la voce roca eppure assordante, incitava gli spettatori a chiamare per ottenere una consulenza gratuita dal mago di colore che la sapeva lunga sui numeri vincenti.
Dalla stanza accanto entrò a piccoli passi il vecchietto con la pipa. Quando Alfredo lo vide camminare in quel modo, gli scappò da ridere.
- Eccovi qui, ragazzo - disse il vecchietto - ma dove vi eravate cacciati?
- Non volevo disturbare.
- Per carità, sono solo i tecnici dell’Enel - disse il vecchietto trascinandosi fino al comodino.
Tirò il cassetto e prese un blocchetto di assegni tutto nuovo. Poi uscì piano piano dalla stanza.
In TV la signora bruttina dalla voce roca eppure assordante presentò la sua “figliola” (così l’aveva chiamata): una signora dall’aria giovanile con la pelle tutta bruciacchiata dalle lampade e dal sole, che entrò in pompa magna e si mise seduta fra mamma e mago di colore.
- Amici, questa non è una truffa! Ren-de-te-ve-ne con-to! - urlò la figlioletta della signora bruttina mostrando denti candidi e perfetti al pubblico.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi sobbalzò. Buttò il telecomando sul letto e corse nella stanza accanto.
- È una truffa! - gridò - Quelli non sono…
Il vecchio guardò Alfredo.
L’assegno stava sul tavolo, accanto alla pipa.

giovedì 3 maggio 2007

Ridere per non piangere ancora

Alfredo finisce a casa del vecchio con la pipa e si ubriaca con lui.

Il vecchio con la pipa mollò il braccio di Alfredo per cercare le chiavi. Da dietro, qualcuno glielo strinse di nuovo. Il ragazzo con i capelli lunghissimi si voltò e vide un tipo alto e magro con in mano un sacchettino di plastica trasparente. Dentro aveva minuscole foglie verdi. Alfredo controllò il vecchio. Stava trafficando con la serratura e mugugnava qualcosa a proposito della portinaia. Si voltò e prese il sacchettino. Il tipo gli indicò dieci con due mani aperte. Alfredo prese tutte le monete che gli erano rimaste e il tipo fece segno con il pollice che andava bene lo stesso.
Mentre spingeva la porta, il vecchio disse che erano mesi che diceva alla portinaia di cambiare serratura, e che se non ci pensava lei, prima o poi se la sarebbe cambiata da solo. Alfredo, aspettando che finisse di brontolare, provò a pensare a come potersi congedare, ma il vecchio, stringendogli il braccio, lo invitò a prendere qualcosa.
- Bevete vino, voi, ragazzo?
Alfredo guardò la bottiglia già aperta sul tavolo.
- Avete fatto il vostro dovere, non come questi mascalzoni dei miei figli - disse indicando alcune foto sulla credenza.
Al tavolo rettangolare c’erano solo due sedie. Il vecchio versò un bicchiere per uno.
- Cannonau 2005, viene da Nuoro - disse.
Poi iniziò a raccontare di quando era giovane, della carriera militare, della moglie, di come l’aveva conosciuta durante un ballo e di come era morta quando ancora era giovane e piena d’entusiasmo. Raccontò dei figli, di come l’avevano dimenticato per venirlo a trovare solo la domenica a pranzo. Disse che una delle cose che lo infastidivano di più era che gli portavano il cibo come se lui non fosse capace di fare da solo. Quando attaccò con la Guerra ormai era tardi. Alfredo aveva smarrito il senso del tempo. Su di lui e sul vecchio il vino sembrò avere effetti opposti. Uno si ammosciava sempre di più sulla sedia, il vecchio diventava sempre più sveglio e pimpante. Vedendolo tutto paonazzo in viso e con gli occhi un po’ troppo lucidi, il vecchio chiese ad Alfredo se fosse maggiorenne. Alfredo disse che aveva da poco compiuto i diciotto. Il vecchio gli versò allora un altro bicchiere e gli chiese se voleva provare la pipa, dicendo che gliel’aveva lasciata un commilitone pugliese appena prima di morire sul Piave. Alfredo, che ormai non sapeva più come fare per andarsene, accettò. Il vecchio caricò la pipa, l’accese e la passò al ragazzo. Poi chiese permesso per andare al gabinetto, e si trascinò a piccoli passi fuori dalla stanza. Alfredo ne approfittò per sgranchirsi, ma realizzò che le gambe, per la stanchezza e per il vino, faticavano a reggerlo in piedi. Ripensò alla ragazza mulatta e alla sua medicina speciale. Si risedette, con la pipa tra le mani. Provò ad annusarla. Aveva un profumo intenso, dolciastro. Guardò il tabacco che c’era dentro. Gli venne in mente del sacchettino con le foglioline verdi. Lo prese e versò buona parte del contenuto nella pipa mescolandolo al tabacco. L’accese come aveva visto fare al vecchio.
Ora, il fatto è che il vecchio, per via dei suoi ritmi, ci mise almeno mezz’ora per tornare dal bagno, per cui il ragazzo ebbe modo di accendere e spegnere la pipa più volte. Quando poi il vecchio spuntò sulla porta, scusandosi per aver fatto attendere l’ospite così a lungo, chiese al ragazzo se per caso non sentisse anche lui uno strano odorino. Alfredo si sistemò la coda cercando di non ridere. E quando il vecchio, cogliendo l’occasione, lo invitò nuovamente a tagliarsi i capelli perché altrimenti lo avrebbero scambiato per una femminuccia, il ragazzo cominciò a ridere di gusto. Anche il vecchio, allora, iniziò a ridere, e più lui rideva, più Alfredo si agitava sulla sedia senza riuscire a calmarsi, finché il vecchio non chiese al ragazzo come mai avesse gli occhi tutti rossi.
- Sarà il vino - disse Alfredo passandogli la pipa.
Il vecchio la prese, la guardò perplesso e se la infilò tra le labbra.

mercoledì 18 aprile 2007

Piano piano si va sano e lontano (pure in città)

Alfredo incontra un vecchietto con la pipa e non riesce a separarsene più.

- Due domande per la nostra libreria: ti piace leggere?
Il ragazzo dai capelli lunghissimi alzò gli occhi da terra.
- Quali libri ti porti in vacanza? - gli chiese una donna giovane, carina e scollata.
Alfredo accelerò il passo. Solo dopo qualche metro, la donna rinunciò per attaccarsi a un altro passante.
Alfredo pensò a quello che avrebbe potuto raccontare al nonno per farsi perdonare.
- Due domande per la nostra associazione: quali sono i primi tre problemi del mondo?
Alfredo rialzò gli occhi da terra.
- Crede che l’uomo possa fare qualcosa per migliorare il mondo?
Un uomo bruttino con una cartellina da presentatore televisivo in mano si mise a fianco di Alfredo.
- Ci sono persone che pensano positivo e si propongono di cambiare il mondo ogni giorno. Lei è tra queste?
L’uomo bruttino balzò di fronte ad Alfredo per poterlo fermare. Fu allora che il ragazzo vide la scritta sulla cartella che teneva in mano: “Vitalogy. Con te, un nuovo mondo è possibile”. La rilesse un’altra volta. Poi, stanco di essere disturbato a ogni metro per delle domande povere di senso e ricche di fini secondi, cominciò a correre fino a quando non si trovò sopra un immenso cavalcavia che, visto da sopra, gli sembrò molto simile a quello della sera prima. Guardò all’orizzonte, ce n’erano almeno una decina. Gli sembrarono tutti uguali, enormi, trafficatissimi. Si affacciò dalla balaustra per guardare di sotto. Da dietro, una mano lo afferrò per un braccio.
- Basta! - sbraitò il ragazzo voltandosi di scatto.
Di fronte a lui, un vecchietto mingherlino con una pipa di tartaruga in bocca si sosteneva con un bastone di legno intarsiato. Era vestito elegante, aveva i baffetti e i capelli grigi ben pettinati, gli occhi rossi un po’ stanchi.
- Mi scusi - si giustificò Alfredo arrossendo.
- Siete tutti uguali, voi giovani - brontolò il vecchietto senza mollare la pipa e la presa.
- No, è che pensavo…
- Sei come i miei figli.
- Prima di…
- Non si ricordano neanche di averlo, un padre.
- Ma io non volevo, è che mi fermano tutti per...
- Cercavo solo di attraversare la strada.
- La strada? La strada, certo - farfugliò il ragazzo, guardando le auto ferme in fila sul cavalcavia.
- Da solo non mi fido più, corrono tutti come matti.
- Le do una mano io, aspetti - disse Alfredo.
- Ecco... sì… piano piano.
Alfredo e il vecchietto provarono ad attraversare il passaggio pedonale. Nonostante il sostegno del ragazzo, il verde per le auto scattò troppo presto per permettere al vecchietto di raggiungere il marciapiede opposto. Così, a piccoli passi trascinati uno di seguito all’altro sull’asfalto, riuscirono soltanto al secondo tentativo, dopo una lunghissima sosta in mezzo alla strada, sulle strisce pedonali, tra le due file di auto che sopraggiungevano in un senso e nell’altro senza fermarsi. Fu durante la pausa prima del nuovo via libera che il vecchietto, avvicinandosi all’orecchio del ragazzo per farsi sentire nel traffico, gli raccomandò di tagliarsi i capelli perché così sembrava una femminuccia. Quando finalmente si ritrovarono sul marciapiede buono, il vecchietto strinse il braccio di Alfredo più forte di prima.
- Grazie. Adesso dovrò trovare qualcuno che mi accompagni fino a casa.
- Fino a casa?
- In fondo, laggiù, a mezzo chilometro dal cavalcavia, ma da solo mi ci vuole tempo… devo appoggiarmi ai muri dei palazzi...
Ad Alfredo sembrò che il vecchietto stringesse ancora di più.
- Il problema sono le macchine agli incroci.
Alfredo guardò il vecchietto. Gli ricordava il suo povero nonno.
- Andiamo - disse il ragazzo.
- Piano piano - disse il vecchietto.
- Piano piano - confermò Alfredo.

mercoledì 4 aprile 2007

Dai retta al vecchio (anche se sdentato)

Alfredo ritrova Cesare e Vittorio e si mette di nuovo nei guai.


- Alfredo! - gridò una voce dal finestrino.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi si fermò a metà delle strisce.
- Sali! - urlò Cesare sporgendosi dal Suv.
Alfredo restò immobile per un momento. Poi fece una corsa e salì dalla porta dietro del Suv.
-
Evviva il nostro Alfredo! - dissero in coro i due Beatles.
- Non ti abbiamo più visto stanotte! Dove sei finito? - chiese Vittorio.
- Mi sono sentito male, poi sono finito in una roulotte vicino al fiume…
- Dalle puttane? Ha dormito dalle puttane! - disse Cesare.
Alfredo arrossì.
- E se facciamo un salto alle scommesse per rifarci della sfiga di stanotte? - propose Vittorio.
- Io devo tornare a casa…
- Facciamo presto, vedrai. Poi ti accompagniamo noi.
Alfredo ci pensò.
- Quanto è lontano?
- Siamo arrivati.
L’insegna verde, visibile a cento metri almeno, recitava: “Punto Schèi”.
Era la prima volta che Alfredo metteva piede in un posto così. Vide almeno una decina di persone col naso all’insù, ipnotizzate dagli schermi appesi alle pareti dell’enorme stanzone verde. Da un lato c’erano quarantenni in giacca e cravatta che reggevano una valigetta di pelle ciascuno. Dall’altro un paio di vecchiettini ingobbiti e tristi vestiti pesantemente per la stagione estiva, poi un paio di balordi con i capelli lunghi e il barbone e alcuni giovani con pochissimi capelli in testa. Nessuno parlava, ognuno fissava il proprio monitor con il foglietto della scommessa stretto tra le dita. Per terra, Alfredo vide un tappeto bianco di ricevute stropicciate e abbandonate.
- Sei qui per scommettere anche tu? Così giovane? - chiese un ometto sdentato con una scopa in mano.
- Accompagno degli amici.
- Amici? Che ti portano qui?
L’ometto sdentato ridacchiò sostenendosi sulla scopa.
- Nessuno ti regala niente a questo mondo, caro mio!
Vittorio fece un cenno ad Alfredo. Il ragazzo mosse i piedi alzando da terra un gruzzolo di foglietti stropicciati e si diresse in fretta verso i compagni.
- Mio carissimo Alfredo - fece Cesare allungandogli una mano sulla spalla - che ne dici di ricambiare il favore di stanotte e di tirare fuori un po’ di soldini per le prime scommesse?
- Non è che a noi resti un granché, dopo ieri - disse Vittorio.
Alfredo pensò al nonno. Pensò che se in fondo non era venuto a sapere del night, delle puttane e di tutto il resto era per merito dei due tipi con i capelli da Beatle. Tirò fuori il portafogli e consegnò quasi tutti i soldi che gli erano rimasti.
Fu così che i tre giovani giocarono più e più volte, prima sui cavalli, poi sulle partite di basket, poi su quelle di tennis, senza mai riuscire a racimolare una lira.
- Proviamo l’ultima - disse Vittorio.
- Sul primo marcatore della partita, mi sa che così si prende bene - disse Cesare.
- Ma no, così non si vince una mazza! Puntiamo su un difensore - propose Vittorio.
- Ma quanto si vince se segna? - chiese Alfredo.
- Un bel po’ di soldini. Devi moltiplicare per, vediamo, per diciassette la cifra che giochi. Quanto era la cifra? - disse Cesare.
- Cinquanta euro - disse Alfredo con la ricevuta tra le dita.
-
Per diciassette fa…
- Negro di merda! - scoppiò Vittorio.
Dopo due minuti di gioco il centravanti di colore aveva segnato di testa.
Cesare bestemmiò, poi si avviò verso l’uscita.
- Qui c’è qualcuno che porta sfiga - disse Vittorio prima di raggiungere il compare.
Alfredo rimase impalato, col naso all’insù e il foglietto della giocata ancora stretto tra le dita. Il centravanti, sullo schermo, si tolse la maglia per festeggiare, mostrandone sotto una tutta bianca con un grande logo rosso a forma di E.
Dietro al ragazzo, aggrappato alla scopa, l’ometto sdentato ridacchiò di gran gusto.

mercoledì 14 marzo 2007

Se vuoi, torna pure da me (senza bugie)

Alfredo viene portato in una roulotte, dove gli viene data una medicina un po’ speciale.


- Ciao - disse una vocina suadente in un italiano stentato.
Alfredo si fermò appena in tempo. Fece un passo indietro, risalendo la sponda di sassi. Vide la ragazza mulatta del night a pochi metri da lui. Le sembrò ancora più bella di quanto ricordava. Provò a dire qualcosa, ma sentì una fitta secca alle tempie e subito la vista gli si annebbiò. Si accasciò sotto il salice.
La ragazza mulatta corse all’accampamento e prese a bussare ai finestrini appannati delle macchine nella speranza che fra i clienti delle colleghe ci fosse qualche dottore. Fortuna volle che di dottori, quella notte, ce ne fossero addirittura due. La ragazza mulatta, facendo capire che non c’era tempo da perdere, fece segno alle amiche di accelerare i rapporti e liquidare al più presto i dottori.
Quando arrivarono, il corpo del ragazzo giaceva immobile ai piedi del salice.
- Innanzitutto esaminiamo il paziente - disse il primo dottore sistemandosi gli occhiali sulla punta del naso.
- Fermati! Ma che cosa ti salta in mente, collega? Lo sai che potresti compromettere le condizioni del paziente?
In quel momento, dalla sponda ghiaiosa del fiume, emerse un vecchietto tutto rugoso con in mano una sporta di sacco bucherellata che spandeva acqua dai fori. Chiese spazio ai dottori, disse loro che il ragazzo era solo svenuto e gli rovesciò tutta l’acqua rimasta nella borsa di sacco sulla testa. Il ragazzo dai capelli lunghissimi riprese subito conoscenza. Si guardò attorno e gli parve di riconoscere subito il vecchietto che gli stava di fronte. Era proprio il pescatore di rane che aveva incontrato nei campi vicino al casolare del nonno? Questi salutò i presenti e si rimise subito in cammino lungo la sponda del fiume. Mentre i due dottori continuavano a discutere dei se dei ma, la ragazza mulatta si avvicinò al giovane e lo aiutò ad alzarsi. Sostenendolo per un braccio, lo portò fino all’accampamento, nella sua roulotte. Lo fece distendere sopra un letto stretto e cigolante, tra chiazze di vari colori e cartine di preservativi colorate.
- Come tu stai? - chiese con la sua dolcissima voce.
- Mi fa male la testa, mi viene da vomitare e le gambe non mi reggono più.
- Io do te una cosa buona per stare meglio - disse lei, e si mise a trafficare poco più in là con bottigliette di vetro e pentolame vario. Poi si avvicinò al letto del ragazzo e gli porse un bicchiere di plastica trasparente.
- Cos’è? - chiese il giovane con aria terrorizzata.
- Tu beve, e subito stare meglio.
- È dolce o amaro?
- Amaro, ma tu stare meglio.
- Se è amaro non riesco a berlo.
- Se tu beve, io dopo do uno bacio - disse lei sorridendo, e piegò leggermente la testa da un lato.
Alfredo la guardò. Era bellissima. Portava un vestitino tutto rosso e minuscolo, con delle spalline sottili che parevano potersi staccare solo a fissarle. Guardò il bicchiere che teneva in mano.
- Prima il bacio, poi bevo questa roba.
- Tu promette me?
Alfredo annuì.
La ragazza mulatta si sedette sul letto cigolante. Si avvicinò piano ad Alfredo e gli diede un bacio lungo, sulla fronte calda.
Il ragazzo portò il bicchiere sotto la punta del naso e immediatamente lo allontanò dal viso.
- Ma che razza di roba è?
- È nostra medicina - rispose la ragazza sorridendo.
- Ha un odore tremendo…
- A nostro paese no ha tanti dottori come qui, solo questa per tutti mali.
- Ma ha un colore… - disse Alfredo guardando dentro il bicchiere.
- Acqua, alcol, come si dice, zampa di coccodè, orecchia maiale…
- Ma che schifo!
- E poi fiori, fiori pianta marijuana…
- Marijuana?Alfredo guardò il bicchiere. Guardò la ragazza mulatta. Di nuovo il bicchiere. Lo avvicinò lentamente alle labbra. Poi, di colpo, buttò giù tutto il liquido chiudendo gli occhi e arricciando il naso. Quando li riaprì la ragazza mulatta non c’era già più. Al suo posto, sul letto, un foglietto piegato.
“Sei bello, ma tu dici sempre bugia. Se tu vuoi, tu torni da me senza bugia. Luna.”

lunedì 12 marzo 2007

Comunicazione di servizio...



Dopo qualche sorpresa, la pubblicazione di Pinocchio a Nordest sui quotidiani veneti del gruppo epolis si è finalmente assestata: i nuovi episodi escono con cadenza quindicinale per due lunedì al mese.
Ok? Oggi in edicola e negli spazi di distribuzione gratuita l'episodio numero 16, da mercoledì online sul blog.

Baci,
c.

mercoledì 28 febbraio 2007

Adesso tu mi paghi lo stesso

Alfredo sfugge alla polizia e finisce stremato sulla sponda del fiume


Si misero giusto al riparo del caco. La ragazza si avvicinò ad Alfredo e gli slacciò i pantaloni. Alzò la minigonna di pelle nera fino ai fianchi, prese un preservativo dalla borsetta e spinse Alfredo contro l’albero. Sentì le tempie pulsare, le gambe tremare. La ragazza si accovacciò. La seguì con lo sguardo e subito diventò rosso in viso. Alzò gli occhi e guardò dritto davanti a sé. Sulla parete del casolare di fronte, una scritta gigantesca: Padania Libera.
- Tu droga? - chiese la ragazza fissandolo dal basso.
- Droga?
- Droga - disse lei con il preservativo tra le dita.
Alfredo sentì mancare le ginocchia. Se non fosse stato per il caco sarebbe di sicuro finito per terra.
- Tu troppa droga - disse lei mentre lavorava con le mani.
In alto, sopra il casolare, la luna sparì fra due nuvole.
- Qui niente, tu troppa droga.
Alfredo si sistemò la coda.
- Tu paga me lo stesso - disse a voce più alta.
Si sentì un suono di sirena. La ragazza scattò in piedi e raccolse la borsetta. Alfredo restò immobile a fissare il casolare senza capire che cosa stesse accadendo. Quando la volante inchiodò accanto al Suv, la ragazza era sparita. Un faro bianco e potente illuminò il ragazzo dai capelli lunghissimi. Alfredo si sistemò i pantaloni alla meglio e puntò alle sterpaglie. Si buttò in mezzo ai rovi e continuò a correre. Sentiva le gambe pesanti, che faticavano a rispondere ai comandi. Corse per una decina di minuti almeno, poi sbucò lungo un fiume largo, circondato da sassi e cespugli. Passava sotto a un enorme ponte, sul quale sfrecciavano macchine che nella notte sibilavano fastidiosamente. Alfredo cercò un appoggio per riprendere fiato. Si trascinò fino a uno dei giganteschi piloni di cemento che reggevano il ponte. Vide una scritta verde all’altezza del viso: Razza Piave.
- Finirò in galera. Anzi, finirò in riformatorio...
Sentì un sonata di clacson venire dal ponte. Una moto rientrò dopo un sorpasso azzardato.
- La mia foto finirà sui giornali…
Sentì gli occhi gonfiarsi di lacrime. Aguzzò la vista per vedere la superficie dell’acqua. Si staccò dal pilone e provò a camminare. Barcollò, poi fece un paio di metri verso il fiume. Ora lo sentiva scorrere forte, ma non riusciva ancora a vederlo. Guardò in alto e vide che non c’erano stelle. Avanzò ancora un po’ e sentì più chiaramente i gorgheggi dell’acqua, come se s’infrangesse contro qualcosa di duro. Si fermò giusto sul bordo ghiaioso del fiume, appoggiandosi con una mano al tronco pesante di un salice. Riuscì finalmente a scorgere l’acqua. Correva veloce, più veloce di quello che aveva immaginato. E il rumore era così forte che non si sentivano più le macchine passare sopra il ponte. Tirò gli occhi e vide davanti a sé, quasi al centro del fiume, un sasso spuntare dalla superficie dell’acqua. Aveva trattenuto rifiuti d’ogni tipo. Vide, tra le altre cose, dei sacchetti di plastica bianchi e azzurri, un flacone di detersivo tutto rosicchiato, una siringa e una scatola di assorbenti. Alfredo ripensò al nonno.
- Quei due parleranno, la polizia piomberà in casa, sveglierà il nonno, gli dirà tutto, che sono entrato in un giro di droga, che vado a puttane, che perdo i suoi soldi al casinò…
Una lacrima si fece strada sul viso e cadde a pochi centimetri dalla scarpa, sopra una scatola di esche vive. Alfredo alzò la testa e riguardò l’acqua del fiume. Gli occhi si bagnarono di lacrime, la vista si fece ancora una volta sfocata. Cercò di fissare un punto preciso. Fece mezzo passo. I sassi, sulla sponda, cedettero sotto i suoi piedi.

venerdì 16 febbraio 2007

Un profumo dolciastro di banana e rossetto

Alfredo e i due Beatles decidono di finire la propria serata in compagnia delle prostitute.



Uscirono dal casinò a testa bassa. Il parcheggio era ancora pieno e camminarono in silenzio fino al Suv. Alfredo pensò al nonno, ai soldi che gli aveva dato rinunciando alla cantina e alle raccomandazioni del cameriere dell’autogrill. Una volta salito in macchina guardò l’ora sul cruscotto: le quattro del mattino.
Durante il viaggio di ritorno Cesare continuò a cambiare cd ogni cinque minuti e ad alzare il volume fino a livelli insopportabili. Di tanto in tanto si accendeva una sigaretta, e dopo un po’ la passava al compare.
-
Si doveva pur tentare, no? - disse a un certo punto.
-
Serata semplicemente storta - disse Vittorio.
-
Vero, e non vorremo mica finire così - continuò Cesare - quanti soldi vi restano, a voi due?
-
Pochi - disse Vittorio. Poi bestemmiò.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi non rispose. Al che, sentendolo così silenzioso, Cesare si voltò verso di lui e gli passò il sacchettino di plastica trasparente che aveva tirato fuori dal cruscotto (capiente) del Suv. Alfredo lo prese.
-
Non l’hai mai provata? - fece Cesare allungandogli dieci euro ben arrotolati.
-
Ehm… no…
-
Dai qua, ti faccio vedere.
Il Beatle si riprese il sacchetto e in un attimo stese una piccola striscia di polvere bianca sul poggiatesta (abbondante) del Suv. Poi, davanti ad Alfredo, aspirò con colpo deciso.
-
Vedrai che con questa non sarai più così mogio - disse Vittorio mentre il compare stava ripassando il necessario ad Alfredo.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi, sul sedile posteriore, provò a replicare le mosse del Beatle.
-
Allora - disse Cesare aprendo il suo portafogli - a me qualche soldo è pure rimasto… direi che si può fare il gran tour delle puttane, prima di andare a nanna. Aggiudicato?
-
Si può fare. Dove? - disse Vittorio.
-
Tu hai preferenze? - chiese Cesare ad Alfredo.
-
Preferenze? No… io non… - disse il ragazzo, concentrato a decifrare gli effetti della polverina bianca che aveva provato a infilarsi nel naso: per il momento sentiva solo un leggero pizzicorino a gola e narici.
-
Beh, al solito posto, allora - disse Cesare al compare.
Uscirono dall’autostrada molto prima rispetto a dove l’avevano presa all’andata. Era quasi mattino, e una nebbiolina d’umidità s’era levata sopra la strada e sui campi tutto intorno, velando le case e i platani sul ciglio della strada. La musica era sempre altissima e Cesare stava ancora maneggiando col sacchettino di plastica trasparente, che poi ripassò al compare. Alfredo, sul sedile posteriore, cominciò a sentire il cuore saltargli nel petto e una strana smania di fare e di parlare.
-
Dove si va, allora? - chiese spuntando da dietro.
-
Dalle negrone, ci siamo quasi, tieni duro - rispose Cesare.
Il Suv percorse una strada segnata da una fila fitta di platani per parte. Era molto trafficata, per quell’ora della notte, e ogni centinaio di metri, da entrambe le parti, si vedevano auto frenare e fermarsi ai bordi della carreggiata.
Il Suv rallentò. Proseguì per una stradina quasi a passo d’uomo e si fermò in uno spiazzo di cemento di fronte ai cancelli di un enorme fatiscente capannone illuminato da due faretti arancioni che lo puntavano dal basso. Tre donnone dalla pelle scurissima si avvicinarono alla macchina. Una di loro, quella più piccola, si abbassò il reggiseno davanti al finestrino posteriore di Alfredo e incollò il petto prorompente contro il vetro del Suv. Alfredo balzò indietro, poi si sistemò la coda. Il volume della musica si smorzò e il finestrino automatico di Cesare scese per far posto alla mano della ragazza più grande, che prese i soldi e se li mise in borsetta. Dopo nemmeno un secondo, le tre donnone si erano adagiate sui sedili posteriori (comodissimi) del Suv, un paio alla destra e l’altra a sinistra di Alfredo. Un profumo intenso e dolciastro di banana e rossetto si mischiò subito all’odore di fumo.

lunedì 12 febbraio 2007


A sorpresa, la quattordicesima puntata di Pinocchio a Nordest è uscita oggi... Per leggerla, passate di qua mercoledì prossimo!

Ciao,
c.

domenica 28 gennaio 2007

La Fortuna che spreme gli audaci

Alfredo, per non aver ascoltato i consigli del buon cameriere, perde tutti i suoi soldi.

Il parcheggio del casinò era grandissimo. Ci vollero cinque minuti tutti per raggiungere l’entrata a piedi, durante i quali i due compari col caschetto da Beatle spiegarono al ragazzo dai capelli lunghissimi che avrebbero dovuto prendere a nolo una giacca, per poter accedere al locale e giocare. All’ingresso nessuno verificò l’età dei clienti.
Il locale, all’interno, era vasto e quieto. Le luci lo rendevano sinistro e asettico. L’aria era viziata e per terra c’era un tappeto malandato di moquette color oro fissata al suolo con anellini argentati.
Dopo aver cambiato un po’ di soldi, Alfredo e i due Beatles si presentarono al tavolo della roulette, circondati da signorotti di mezz’età giacchincravattati e da signorine ben vestite truccatissimissime. I due Beatles dissero ad Alfredo di verificare quali numeri uscivano, che loro sarebbero andati un momento alla toilette. In realtà di tempo ne passò così tanto da costringere il povero ragazzo a fare uno sforzo enorme pur di riuscire a tenere a mente i numeri vincenti. Quando i due ritornarono, diedero una pacca ciascuno sulla spalla di Alfredo e si sedettero al tavolo, freschi, pimpanti e con gli occhi un po’ spalancati. Puntarono subito qualche decina di euro.
- Non sembra serata buona - disse così Alfredo, nella speranza di tornare presto al casolare.
- Questo è solo il riscaldamento - disse Cesare fissando la roulette.
- Meglio perdere adesso che perdere poi - disse Vittorio mentre gli occhi rincorrevano la pallina.
Giocarono ancora un paio di volte senza fortuna, finché un colpo il piatto non fu ripulito da Vittorio.
- Adesso si comincia a ragionare - disse, e subito rigiocò tutto quello che aveva vinto.
Continuarono a giocare, il più delle volte a perdere, alcune a vincere, tra una sigaretta e una sbirciatina alle scollature delle accompagnatrici dei signorotti al tavolo, finché i soldi cambiati all’entrata si mostrarono evaporati.
I due Beatles si alzarono per cambiare di nuovo. Alfredo, che fin lì era rimasto seduto, li seguì subito quando Cesare disse che la fortuna andava inseguita con pazienza e dedizione. Tornarono al tavolo e giocarono ancora per una buona mezz’ora, vincendo e poi riperdendo tutto ciò che avevano vinto. A un certo punto Vittorio si fissò sul numero tredici. Ci contò per parecchie volte senza riuscire a combinare qualcosa. Chiese a Cesare di giocare per lui: doveva di nuovo puntare al bagno. Poi fu il turno di Cesare, che chiese a Vittorio di continuare a giocare sul tredici. Giocarono finché i soldi che avevano cambiato non furono di nuovo tutti evaporati. Proposero di cambiare un’ultima volta perché, come disse Vittorio, così non poteva continuare: la fortuna era troia, lo sapevano tutti, e prima o poi doveva pure fermarsi anche da loro. Cambiarono quasi tutto quello che avevano in tasca e tornarono a giocare, di nuovo sul tredici. In breve tutto sembrò volgere al peggio, quando Alfredo, con i suoi ultimi gettoni, riuscì a vincere un’ottima somma (con l’otto). Fu momento di gioia: i due Beatles si complimentarono con lui. Il ragazzo dai capelli lunghissimi ritornò subito al sorriso: in un sol colpo aveva ripreso i soldi del nonno.
- La fortuna è con noi, adesso spremiamola - disse Cesare accendendosi una sigaretta.
Vittorio avvicinò subito i suoi gettoni a quelli del compare.
Alfredo esitò. Guardò i suoi gettoni. I soldi che il nonno gli aveva dato per il corso di inglese. I soldi che aveva già rischiato di perdere al night. I due Beatles lo toccarono coi gomiti. Rifissò i suoi averi. Pensò che se c’era tutta quella gente a giocare, un motivo ci doveva pur essere. Li aggregò a quelli dei Beatles.
Alfredo guardò la pallina saltellare da un numero all’altro. Ripensò alle parole del cameriere all’autogrill. Sbatté forte le palpebre per mandar via la sua faccia.
Quando la pallina si fermò, Vittorio bestemmiò.

venerdì 26 gennaio 2007

Comunicazione di servizio...

Vi informiamo che la periodicità di Pinocchio a Nordest sui quotidiani veneti del gruppo epolis è cambiata: la tredicesima puntata del lungo racconto è disponibile oggi venerdì 26 gennaio sui vari il Padova, il Treviso, il Verona etcc... e d'ora in poi le puntate usciranno per l'appunto il venerdì con cadenza quindicinale.

Se da un lato questo rallenta la pubblicazione (anche se stiamo ancora pensando se rispettare la marcia dei quotidiani o ingranarne una propria per il blog), dall'altro la pubblicazione il Venerdì consentirà a circa il doppio di lettori di incrociare il nostro Pinocchio sulla loro strada!

I quotidiani epolis infatti, nella loro distribuzione "mista" tra free-press e vendita in edicola, proprio per la chiusura di tanti dei centri di distribuzione gratuita, durante i giorni festivi hanno una tiratura inferiore al normale.

La puntata di oggi verrà pubblicata sul blog domenica prossima!

A presto,
c.

mercoledì 17 gennaio 2007

Parola d’ordine: investire! (anche al Casinò, se serve)

La tappa all’autogrill.


- Cesare, piacere - disse il tipo col caschetto chiaro da Beatle - Padana Press, dieci ore al giorno, scatolette di plastica, ti fai il culo però pensi ai fatti tuoi e pagano bene.
- Vittorio - disse il tipo col caschetto scuro da Beatle - sto in attività con mio padre, porte blindate.
- Un fighetto raccomandato - disse il Beatle più chiaro - entra ed esce quando vuole, computer, segretarie e guarda con che macchina gira!
- Il Suv è della ditta… - disse il Beatle più scuro abbassando Pappalardo - Ah, gran numero al night: complimenti, Alfredo!
- Complimenti! - echeggiò ridacchiando il Beatle più chiaro.
L’auto inchiodò a un semaforo.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi si aggrappò ai sedili davanti per dare un’occhiata ai due Beatles. Ventenni o poco più, portavano camicie di seta con temi improbabili e un colletto a punta larghissimo, pantaloni eleganti ma non troppo, scarpe sgargianti calcio a cinque.
Alfredo pensò a come farsi riaccompagnare al casolare.
- Si va al casinò, che dici? - chiese Cesare.
- Casinò?
- Al Money, mai stato?
- è poco che sono qui…
- è da provare! Un paio d’ore e ci siamo, in autostrada - disse Cesare.
- Anche meno - disse Vittorio.
- Non ho molti soldi con me - mentì Alfredo.
Cesare tirò fuori alcune banconote di grosso taglio.
- Quasi mille euro.
- La settimana scorsa era giorno di paga - disse Vittorio cambiando cd: fuori Pappalardo, dentro Pupo.
- Allora - disse premendo play - proviamo a farli diventare il triplo? - e indicò il cartello verde dell’A4.
Alfredo pensò al suo povero nonno. Guardò i soldi che Cesare teneva sulle ginocchia.
- Allora! - urlò Vittorio.
- Vengo con voi - disse Alfredo.
Durante il tragitto il tachimetro non scese mai sotto i centosettanta. Di tanto in tanto Vittorio aveva letto i messaggi sul telefono facendo sbandare il Suv. Cesare aveva subito tirato fuori un sacchettino di polvere bianca e ci aveva trafficato un bel po’ prima di passarlo all’amico.
Poi la musica si abbassò di colpo.
- Solo un minuto per pisciare - disse Vittorio, e svoltò in autogrill.
Appena entrati i due Beatles dissero ad Alfredo di fare lo scontrino per due caffè e due grappe. Poi sparirono in fretta in fondo alle scale che portavano ai gabinetti. Al suo turno, Alfredo pagò lo scontrino per tre caffè e due grappe.
Mentre sorseggiava il suo caffè al banco, un cameriere gli portò le due grappe. Era alto, robusto, col viso rugoso scavato dall’età. Appena lo vide gli parve una faccia conosciuta.
L’uomo fissò Alfredo.
- Vacci piano, mi raccomando.
- No, non sono mica per me - si giustificò il ragazzo.
- Qualcuno dovrà pure guidare - disse il cameriere.
Alfredo guardò le due grappe. Poi di nuovo il cameriere. Gli parve ancora più vecchio. Stava pulendo il bancone con una spugnetta bagnata.
- Ho una figlia. Avrà la tua età - riattaccò lui.
- Io ne ho diciassette - disse Alfredo.
- Lei ne ha uno in più. Chissà dov’è adesso, a quest’ora…
Il cameriere prese in mano la tazzina vuota di Alfredo.
- Tu dove stai andando?
- Al casinò.
L’uomo sorrise. Poi scosse il capo.
- Lascia perdere. Nessuno ti regala niente a questo mondo…
- è la prima volta… - fece Alfredo. Poi si voltò verso le scale che portavano alla toilette.
Cesare e Vittorio comparvero sui gradini ridacchiando.
- È sempre così. Per correre dietro agli amici si inizia, si gioca, si vince un po’, poi si perde, ci si impunta, si gioca di nuovo… - disse il cameriere.
- Avanti nonno, cammina! - lo zittì Vittorio.
Il cameriere guardò per un momento Alfredo, poi fu chiamato a servire dei clienti ma nessuno riuscì a sentire il suo nome.
- Perché l’hai trattato così? - chiese Alfredo.
- Un’altra volta impara a farsi i cazzi suoi.
- I cazzi suoi - echeggiò Cesare ridacchiando.
I due Beatles buttarono giù il caffè. Poi, d’un fiato, le grappe.
Alfredo, sul sedile posteriore del Suv, non poté fare a meno di pensare alle parole del vecchio cameriere. Soprattutto, cercò di capire dove lo aveva già visto.

mercoledì 10 gennaio 2007

Il Gatto e la Volpe (a Nordest) hanno il Suv e i capelli da Beatle

Il padrone del night restituisce i soldi al povero Alfredo, che incontra due tipi poco raccomandabili.



Il padrone del night ruttò così forte che si voltarono tutti.
- Ragazzo! - disse stravaccato su un divanetto di pelle.
Alfredo posò la scopa e si avvicinò sistemandosi la coda di cavallo.
-
Che cosa fanno i tuoi?
-
I miei sono morti, signor Imprenditore.
L'omone fece un paio di ruttini sommessi.
-
E tu adesso dove vivi?
-
Col nonno, in campagna, signor Imprenditore.
-
Ma lui, almeno, lavora?
-
Il nonno è in pensione, signor Imprenditore.
Il padrone del night si spazzolò la pancia con una mano. Guardò la ragazza mulatta, fece un altro ruttino.
- Sai? Ci ho ripensato.
-
Mi vuole denunciare!
-
Ma no, voglio dire: in fondo qui abbiamo già messo tutto a posto, no?
Il ragazzo dai capelli lunghissimi guardò gli altri che assieme alla ragazza mulatta stavano sistemando il locale.
-
I soldi - disse il padrone del night allungando le banconote che prima aveva preso al ragazzo - riprendili pure tu.
-
Ma signor Imprenditore! Eravamo d’accordo che… - provò Alfredo, ma l'omone gli posò subito la mano unta e pesante sulla spalla.
-
Ora vai, figliolo mio, vai. Torna dal nonno, che ti starà aspettando…
Il ragazzo si avvicinò per abbracciarlo, ma subito il fetore di alcol e sudore stagnante lo respinse da ogni educato proposito. L'omone, commosso, salutò il ragazzo con una stretta di mano untissima eppure sincera, poi sparì in fretta dietro le quinte per non farsi vedere piangere dai suoi dipendenti. Alfredo mise in tasca i soldi che il nonno gli aveva dato per il corso d’inglese (e che gli erano stati appena restituiti dal padrone del night), guardò la ragazza mulatta che stava raccogliendo gli ultimi stracci (la trovò bella, bellissima), prese la porta del locale e uscì.
Fuori tirava un po’ di vento fresco. Alfredo, sopra il marciapiede, alzò il colletto del giubbotto di jeans per sentire meno freddo. In giro, ormai, non si vedeva nessuno.
- Chissà cosa penserà il nonno... e come faccio, ora, a tornare al casolare?
Un Suv nero luccicante si fermò al semaforo facendo fischiare le gomme sull’asfalto. Aveva i finestrini mezzi abbassati, dai quali usciva Adriano Pappalardo a squarciagola.
- Alfredo! - gli parve di sentire dall’auto.
Tirò gli occhi per vedere che il passeggero del Suv stava agitando la mano. Era un tipo col caschetto chiaro da Beatle e un paio di occhiali colorati appena sopra la fronte. Al polso che usciva dal finestrino aveva un orologio vistosissimo.
-
E questo qui come fa a sapere il mio nome? - pensò Alfredo.
Un altro Suv (grigio e luccicante) sopraggiunse al semaforo, inchiodando giusto dietro il primo.
Il tipo coi capelli chiari da Beatle disse qualcosa che Alfredo non riuscì a sentire (per colpa di Pappalardo). Poi scomparve dentro al veicolo per parlottare col guidatore, un ragazzo abbronzatissimo col caschetto un po' più scuro da Beatle. Il volume della musica si abbassò, e il tipo coi capelli più chiari rispuntò subito dal finestrino per comunicare con Alfredo. Scattò il verde al semaforo: il Suv dietro strombazzò. Quello davanti dei Beatles rispose clacson su clacson, mentre il tipo coi capelli più chiari, ormai con il busto completamente fuori dal finestrino, si protese all’indietro e bestemmiò. Poi fece segno ad Alfredo di muoversi. Il ragazzo, sul marciapiede, esitò: non era per niente convinto di quei due tipi eccentrici che sapevano chissà come il suo nome, però avrebbe potuto guadagnare un buon passaggio e arrivare prima del previsto al casolare del nonno. Così, quando il Suv dietro ridiede di clacson, Alfredo scattò. Salì dalla porta posteriore del Suv nero luccicante dei tipi coi capelli da Beatles. Le gomme, allora, fischiarono sull’asfalto.

martedì 2 gennaio 2007

Festive latitanze...

Come avrete notato, tra scioperi dei giornalisti e festività, Pinocchio ha latitato dalle pagine dei giornali per un paio di settimane consecutive.
Si riprende domenica prossima e mercoledì sul blog!
Buon 2007!
c.