mercoledì 13 dicembre 2006

Donne con pelle bianca e omoni di nero vestiti

Alfredo viene fatto salire sul palco e poi spogliato di fronte a tutti


Due sventole in tanga dalla pelle bianchissima si strusciavano contro un unico palo. Dietro, due omoni barbuti di nera pelle vestiti vigilavano a braccia conserte.
Il ragazzo dai capelli lunghissimi non capì subito quanta gente ci fosse nel night. Poi le ragazze si sfilarono il reggiseno l’un l’altra e dal batter di mani realizzò di non essere solo.
Le due ragazze si piazzarono sul bordo del palco a scrutare lontano come quando si cerca qualcuno in un luogo affollato. Una di loro indicò Alfredo col dito. Gli omoni di nero vestiti scesero in platea, lo presero sotto braccio e lo posarono con un tonfo sul palco.
Una ragazza gli consegnò il reggiseno, l’altra gli porse il microfono.
- Il tuo nome è…
Il ragazzo si sistemò la coda.
Non l’avesse mai fatto! La ragazza del reggiseno cominciò a carezzarlo sul viso, poi sulle spalle, poi giù fino alla pancia per poi tornare ai capelli.
- Nu-do! - scandì una voce roca e potente nella penombra della platea.
La musica si fece incalzante. Le ragazze si passarono i capelli di Alfredo sul petto.
- Nu-do!
Il ragazzo cercò un volto a quella voce insolente. La prima ragazza cominciò a maneggiare la cintura, la seconda gli sfilò il giubbotto di jeans.
- Nu-do!
Alfredo, inviperito, trovò che la voce aveva qualcosa di noto. Una delle ragazze gli tolse le scarpe, l’altra la maglia. Restò in mutande con un reggiseno in mano. Abbassò gli occhi. Dalla sala fischi e grida. Dal centro ancora quella voce. Due volte.
- Nu-do! Nu-do!
Sul secondo nu-do un fascio di luce rossa immortalò il volto burlone.
Alfredo ricordò: il tipo della casa con le bandiere, che la sera prima lo aveva scacciato lanciandogli contro il suo cane! Non ci vide più: si lanciò giù dal palco e corse in mutande al divanetto di chi per tutta la sera lo aveva deriso. Gli lanciò contro il reggiseno e si accorse che non era solo: era con lei, la creatura mulatta che aveva incontrato all’entrata del night e che gli aveva più volte sorriso. Si scagliò contro il tipo, che si alzò per menare le mani anche lui. Accorsero i due omoni barbuti a cercare di placare la zuffa, ma già tutti i clienti si erano scatenati, e chi un pugno chi un calcio un po’ tutti approfittarono per sfogarsi un po’. Volarono bicchieri e bottiglie. Nemmeno il ballo improvvisato dalle due sventole dalla pelle bianchissima (nude, vista l’emergenza) riuscì a frenare la folla.
Basta!
Sul palco, qualcuno aveva preso il microfono.
La voce del padrone. Un omone che, sopra il palco del suo locale, sembrava ancora più alto e più grosso del solito. Alfredo notò che stava sudando. I pochi capelli che gli rimanevano in testa si erano appiccicati sulla fronte.
- Allora! - tuonò.
- Di chi è la colpa di questo casino!
La gente che aveva menato le mani si sparpagliò nel locale. Rimasero al centro il povero Alfredo, il tipo con la voce rauca e potente, la ragazza mulatta.
- La colpa è del ragazzo coi capelli lunghissimi! - pigolarono assieme con accento del loco le due ragazze dalla pelle bianchissima che stavano accanto al padrone sul palco (ancora nude, nonostante l’emergenza fosse bella che andata).
- È saltato dal palco e ha cominciato a picchiare!
Alfredo cercò di spiegare che lui non avrebbe nemmeno voluto salirci, sopra quel palco, entrare neppure, a dir la verità, e che per tutto quel tempo quella voce insolente lo aveva scherzato, e per giunta la sera prima lo aveva cacciato di casa come il peggiore dei ladri.
- E a chi dovrei credere io? - lo bloccò presto il padrone.
- Questo signore viene qui da dieci anni! È un signore per bene! Noi lo conosciamo!
- Ma io…
- Niente ma! Qualcuno dovrà pure pagare tutto questo casino! La colpa è tua dunque paghi tu! O chiamo la polizia e la tua famiglia viene a sapere come ti diverti la sera!
- Io…
- Basta! Portatelo qui che non scappi!
I due omoni barbuti, di nera pelle vestiti, parevano non attendere altro.